HISTORY TELLING

Il Metodo

Era l’inizio degli anni Duemila all’Università Cattolica di Milano. Un gruppo di docenti inquieti e disponibili a mettersi in discussione – tra cui Paolo Colombo – si interrogava sul “ruolo della narrazione nelle scienze sociali”. Una tema apparentemente neutro che conteneva in sé i germi della sovversione.

Davanti alla crescente disaffezione degli studenti, questi professori si chiedevano: e se il problema non fosse nelle materie ma nel modo di raccontarle?

Le ispirazioni arrivavano da mondi lontani dall’accademia: il “Vajont” di Marco Paolini, che faceva sentire il rumore dell’acqua che sbriciolava la montagna; il “Totem” di Alessandro Baricco e Gabriele Vacis, che trasformava un palco spoglio in un universo. E poi c’era LINCS, il laboratorio sperimentale dove i docenti portavano gli studenti a fare lezione al Teatro Greco di Siracusa, tra la neve di un rifugio alpino o in faccia al Mediterraneo.

Da queste confluenze è nato “Storiaenarrazione”, un laboratorio di sperimentazioni narrative aventi per oggetto la comunicazione del sapere storico fuori dall’università, per un pubblico di “non addetti ai lavori”. Un progetto così anomalo che per anni i suoi ideatori non hanno nemmeno saputo come chiamare, fino a trovarne il nome con la formula “History Telling”.

I pilastri che hanno cambiato tutto

L’History Telling si regge su alcuni principi che hanno ribaltato il paradigma tradizionale:

  1. La soggettività come valore: lo storico abbandona la pretesa di oggettività assoluta (che è comunque un’illusione) per assumere consapevolmente una posizione soggettiva, dichiarata e trasparente. Non racconta “la verità” – che in storia si declina sempre al plurale – ma offre una ricostruzione onesta, filtrata attraverso la sua sensibilità. Quando racconta la distruzione di Varsavia, lo dice subito: “Tifo per i polacchi, non starò mai dalla parte dei nazisti. Cosa volete che vi dica? Che non è così?”.
  2. L’immersione multisensoriale: la narrazione è sostenuta da un “tappeto” di immagini, filmati, musiche che non sono orpelli ma elementi strutturali del racconto. Quando si parla dell’11 settembre, si fanno ascoltare le voci concitate dei controllori di volo mentre perdono il contatto con gli aerei. Quando si racconta di Shackleton in Antartide, Michele Tranquillini disegna in tempo reale la nave stritolata dai ghiacci.
  3. Il verosimile che supera il vero: le narrazioni non rispondono solo a un principio di verità documentale ma di verosimiglianza umana. Questo non significa inventare fatti, ma restituire quella dimensione emotiva che nei manuali va perduta. Quando Roberto Benigni immagina un soldato semplice che canta l’inno di Mameli prima di partire per il fronte, non sta documentando un fatto preciso, ma sta restituendo una verità emotiva più profonda.
  4. Le piccole storie che illuminano la grande Storia: al centro non ci sono solo gli eventi epocali, ma le persone che li hanno vissuti. L’incontro di pugilato tra Muhammad Alì e George Foreman a Kinshasa nel 1974 diventa così la chiave per comprendere secoli di sfruttamento coloniale del Congo.
  5. Le emozioni come collante della memoria: le neuroscienze hanno mostrato che i fatti che suscitano emozioni vengono ricordati meglio e più a lungo. L’History Telling sfrutta questa dinamica non per manipolare, ma per creare ponti tra passato e presente.

Dal documento al cuore: un processo alchemico

Il processo di costruzione di un History Telling è lungo, meticoloso, quasi ossessivo. Parte sempre da una ricerca rigorosa: ogni affermazione poggia su documenti, ogni interpretazione su studi scientifici.

La differenza sta nel lavoro di “traduzione”: trasformare il linguaggio spesso sterile della ricerca accademica in un racconto che parli non solo alla mente ma anche al cuore. Selezionare, tra migliaia di informazioni, quelle che restituiscono meglio il senso profondo degli eventi. Intrecciare dati, testimonianze, immagini, suoni in un’unica trama narrativa coerente.

Non è un processo che si improvvisa: richiede competenza storica, sensibilità narrativa, capacità di sintesi, conoscenza dei linguaggi multimediali. Ma soprattutto richiede la disponibilità a mettersi in gioco, a uscire dalla torre d’avorio dell’accademia per incontrare le persone dove sono.

Un nuovo modo di condividere il sapere

L’History Telling non è solo una tecnica narrativa, ma un nuovo paradigma di condivisione del sapere. Un paradigma che mette in discussione la gerarchia tradizionale tra esperto e pubblico, tra chi sa e chi non sa.

È un approccio che rovescia la logica del “possesso” del sapere – così tipica dell’accademia – e abbraccia quella della condivisione, del dono, della relazione. Non si propone di “trasmettere nozioni” ma di “costruire senso” insieme a una comunità.

In un mondo dove l’informazione è ovunque accessibile ma il significato è sempre più difficile da trovare, l’History Telling si propone come bussola per navigare nel mare della Storia, come mappa per orientarsi nei territori del passato, come chiave per aprire porte che sembravano chiuse.

Perché la Storia non è materia morta. È vita che continua a pulsare nelle memorie, nelle identità, nelle scelte. E merita di essere raccontata con passione, con emozione, con verità.

Un sogno così

Il primo romanzo di Paolo Colombo

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